Don Marcello e…..Capalbio

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Don Marcello, un parroco tra le chiese e la storia della Maremma

Ci sono sacerdoti ai quali è affidata una chiesa e ce ne sono altri ai quali sembra affidato un intero territorio, con la sua storia, la sua arte e la sua memoria. È il caso di don Marcello Serio, parroco di San Nicola e punto di riferimento di una realtà pastorale che abbraccia Capalbio e le sue frazioni fino ad Ansedonia. La stessa organizzazione parrocchiale riunisce infatti Capalbio, Borgo Carige, Capalbio Scalo, Giardino, Torba e Ansedonia.

Il suo percorso comincia idealmente dalla Pieve di San Nicola, nel cuore del borgo antico di Capalbio, quasi di fronte alla Rocca. È una chiesa che porta sulle pietre i secoli: sorta nel Medioevo, tra XII e XIII secolo, conserva elementi romanici, gotici e rinascimentali e soprattutto preziosi affreschi di scuola senese e umbro-laziale. Qui celebrare Messa significa farlo dentro la storia stessa di Capalbio.

Poco fuori dalle mura c’è poi il piccolo, straordinario Oratorio della Provvidenza. Le sue dimensioni possono ingannare: è uno scrigno d’arte. Conserva affreschi dell’inizio del Cinquecento attribuiti al Pinturicchio o a un artista a lui molto vicino, tanto che la stessa Diocesi definisce uno di questi dipinti fra le testimonianze artistiche più importanti della Costa d’Argento.

Poi la strada scende verso Borgo Carige, e qui cambia completamente lo scenario. La chiesa del Cuore Immacolato di Maria, costruita nel 1956 e inaugurata nel 1958, non racconta soltanto una vicenda religiosa: racconta un capitolo della storia sociale della Maremma. Borgo Carige nacque infatti sotto l’impulso della Riforma Fondiaria e dell’Ente Maremma. Persino gli affreschi realizzati nel 1958 da Carlo Vittorio Testi ricordano personaggi legati alla riforma agraria.

È la Maremma che cambia: la terra divisa, i poderi, le famiglie contadine, le nuove case, una comunità che cresce e che trova nella grande chiesa del borgo un proprio centro. Qui la religione si intreccia inevitabilmente con la memoria del lavoro e con quella trasformazione che nel dopoguerra mutò profondamente il volto delle campagne maremmane.

E ancora Capalbio Scalo, con Santa Maria Goretti, consacrata nel 1986. Anche lo Scalo è figlio di una trasformazione: nato attorno alla ferrovia ottocentesca, si sviluppò soprattutto nel Novecento e conobbe un impulso decisivo proprio con la riforma agraria degli anni Cinquanta . E c’è pure  la Chiesa della Torba:  in queste zone basse e un tempo paludose si formarono, per accumulo e decomposizione incompleta di vegetazione depositi di torba, cioè materiale organico che, una volta estratto ed essiccato, poteva essere utilizzato come combustibile..

Infine  la Chiesa di Ansedonia  , dove il paesaggio sembra riportare ancora più indietro il calendario della storia. Qui, nei pressi dell’antica città di Cosa, il mondo romano con le sue rovine si sovrappone alle più antiche suggestioni del Mediterraneo e la Maremma incontra la grande archeologia classica.

E forse proprio questa straordinaria stratificazione spiega qualcosa anche delle prediche di don Marcello.

Ascoltarlo richiede attenzione.

Le sue omelie non procedono per frasi isolate o banali interpretazioni dell’a grandezza del Vangelo. Sono piuttosto un coacervo ordinato di testi sacri, storia e cultura, nel quale il riferimento biblico può richiamarne un altro, e da quello può nascere un passaggio verso il mondo ebraico, greco o romano, per poi ritornare, quasi chiudendo un cerchio, al significato evangelico iniziale.

Ed è proprio questa concatenazione a rendere difficile distrarsi.

Perdere una frase può significare perdere l’anello che unisce quella successiva alla precedente. Il fedele è quasi obbligato a seguire il filo del ragionamento, perché la conclusione spesso acquista pienamente significato soltanto ricordando da dove era cominciata la riflessione.

Intorno, però, silenzio.

Un silenzio che oggi nelle chiese non è sempre facile trovare. Con un sorriso personale, irriverente verso i miei autoctoni presbiteri, non c’è neppure quel piccolo rumore metallico delle monete delle offerte che un tempo accompagnava inevitabilmente qualche momento della celebrazione. E sono quasi scomparsi persino i ventagli agitati nelle domeniche torride d’agosto: una climatizzazione efficace rende sopportabili anche quelle giornate maremmane nelle quali, appena usciti dalla chiesa, sembra di essere accolti da un clima quasi desertico.

San Nicola porta il Medioevo; la Provvidenza il Rinascimento; Carige racconta la riforma agraria e la Maremma del Novecento; Capalbio Scalo ricorda la crescita delle nuove comunità; Ansedonia spalanca la porta sul mondo classico.

E don Marcello deve tenere insieme tutto questo: chilometri, chiese, fedeli e memorie differenti.

Forse è proprio questa la particolarità del suo ministero: non essere soltanto parroco di una chiesa, ma quasi custode itinerante di duemila anni di storia, dalle Scritture al pensiero ebraico, dalla Grecia a Roma, dal Medioevo capalbiese alla Maremma della riforma agraria.

E quando finalmente l’omelia termina, dopo avere seguito quel filo senza potersi concedere troppe distrazioni, rimane per qualche istante il silenzio.

Un silenzio che, in una chiesa, è forse anch’esso una forma di predica.

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