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Ci sono paure dell’infanzia e della giovinezza che il tempo attenua, ma non cancella del tutto. La mia aveva un colore preciso: il bianco.
Bianca era quella terribile sedia sulla quale bisognava sdraiarsi. Chiare le pareti. Bianca la luce che improvvisamente ti investiva il volto, impedendoti quasi di vedere ciò che accadeva intorno. E bianco il camice che d’improvviso si armava con: il trapano.
Un rumore che, già da solo, sembrava annunciare una sofferenza imminente. E il vero tormento era forse proprio l’attesa: non sapevi se il dolore sarebbe arrivato, quando sarebbe arrivato, quanto sarebbe stato intenso e, soprattutto, quanto sarebbe durato.
Confesso che quella paura mi ha accompagnato a lungo.
Neppure il mio camice bianco, indossato poi per tanti anni di professione medica, è riuscito a cancellarla completamente. Conoscere l’anatomia, la fisiologia, i meccanismi del dolore aiuta la ragione; ma le paure antiche abitano spesso in un luogo diverso, dove la razionalità entra con maggiore difficoltà.
Poi, nella mia vita, ho avuto la fortuna di incontrare due veri maestri dell’odontoiatria e del rapporto umano con il paziente.
A Napoli il dr. Enrico Sinno, del quale parlerò e che presenterò in un’altra occasione.
E a Capalbio il dr. Marco Antonio Moscatelli.
Due professionisti , due incontri avvenuti in luoghi diversi, ma accomunati da qualcosa che considero essenziale nell’esercizio della medicina: garbo, pazienza, professionalità e metodo.
Perché un bravo odontoiatra non cura soltanto un dente.
Prima ancora deve conquistare la fiducia della persona che si siede davanti a lui. Deve comprendere quella piccola tensione nascosta dietro una battuta, quell’occhio che segue con sospetto ogni movimento, quella domanda magari non pronunciata: «Mi farà male?»
Ebbene, con loro il mio antico terrore della sedia odontoiatrica è quai scomparso.
Quasi.
Non esageriamo!
Ma oggi voglio soprattutto raccontare Marco Antonio Moscatelli al di fuori del camice professionale.
Ho voluto raccogliere in un’immagine la gioia del mio amico Marco: il sorriso aperto, il sole sul volto, la passione per la moto, il mare della sua amata Corsica, e quella pesca quasi miracolosa che sembra fatta apposta per essere raccontata agli amici, magari aumentando ogni volta di qualche centimetro le dimensioni del pesce!
È bello scoprire dietro il professionista l’uomo.
Forse è proprio questo uno dei segreti dei medici che riescono a tranquillizzarci: prima della tecnica viene l’umanità. Dietro gli strumenti, le luci, la mascherina e quella famigerata poltrona deve esserci una persona capace di sorridere, parlare, aspettare e comprendere: che peccato non essermi seduto, da ragazzo, sulla poltrona di professionisti così in gamba… e soprattutto così serenamente sorridenti !
Dr. Mauro Caramignoli






